Compositrice, direttrice d’orchestra, scrittrice, attivista.
La figura di Ethel Smyth (1858 – 1944) – nata a Londra il 22 aprile 1858 – attraversa la storia musicale europea tra Otto e Novecento come una presenza energica e controcorrente. In un’epoca in cui il mondo professionale della musica era dominato dagli uomini, Smyth non si limitò a chiedere spazio: lo conquistò, spesso a prezzo di ostilità, pregiudizi e marginalizzazioni.
Nata in una famiglia militare dell’alta borghesia inglese, dovette lottare contro l’opposizione paterna per studiare musica in modo professionale. Nel 1877 si iscrisse al Conservatorio di Lipsia, entrando in contatto con l’ambiente musicale tedesco e con figure come Brahms e Clara Schumann. La Germania fu a lungo la sua “patria spirituale”, e la sua formazione continentale contribuì a renderla una figura atipica nel panorama britannico.
Il suo debutto londinese nel 1890, con la Serenade e l’ouverture da Antony and Cleopatra, sorprese la critica: molti recensori si dichiararono stupiti che dietro quelle pagine orchestrali vigorose e sicure ci fosse una donna. La sua Mass in D (1893) consolidò la reputazione di una compositrice capace di gestire grandi organici e strutture ampie, con una scrittura corale potente e tecnicamente solida.
Ma l’ambizione di Smyth era soprattutto il teatro musicale. Le sue sei opere — tra cui Der Wald, The Wreckers e The Boatswain’s Mate — rivelano una personalità drammatica intensa, capace di coniugare tensione narrativa e ricchezza orchestrale. The Wreckers (1906), ambientata in un villaggio della Cornovaglia dove la comunità provoca naufragi per saccheggiare le navi, è forse il suo capolavoro: un’opera di forte impatto emotivo, salutata all’epoca come una delle più importanti del teatro musicale contemporaneo.