Il 24 ottobre l’Auditorium di Milano ospita l’unica tappa italiana del suo tour di addio al podio. Il ritratto di un maestro che ha fatto dell’ascolto, del rigore e della continuità del lavoro la propria firma. Per capire Marek Janowski si potrebbe cominciare da un secondo clarinetto. Durante una prova della
Pastorale di Beethoven con la Tonhalle di Zurigo, nel gennaio 2025, il direttore interrompe l’orchestra per chiedere a quello strumento un poco più di suono. Un dettaglio minuscolo dentro una macchina sonora complessa, individuato con la naturalezza di chi ne conosce ogni ingranaggio. La giornalista Susanne Kübler ha scelto proprio questo episodio per raccontarlo: un orecchio capace di distinguere ciò che manca, una richiesta precisa, il lavoro che riprende. È l’approccio di un musicista per il quale l’interpretazione nasce anzitutto dalla capacità di ascoltare.
A ottantasette anni, Janowski ha deciso che il 2026 sarà il suo ultimo anno di attività. Lo ha confermato nel marzo scorso in un’intervista, spiegando che la decisione risale a due anni prima e che le proposte di nuovi concerti non gli hanno fatto cambiare idea. Il
24 ottobre, alle ore 20, il suo congedo italiano passerà dall’Auditorium di Milano, con l’Orchestra Sinfonica di Milano. In programma la
Prima sinfonia di Beethoven e la
Seconda di Brahms: due opere che riportano al cuore di una tradizione frequentata per tutta la vita.
La sua carriera, tuttavia, si misura anche attraverso ciò che lascia nelle orchestre. Il rapporto più lungo è quello con l’Orchestre Philharmonique de Radio France, guidato dal 1984 al 2000: sedici anni per consolidare una fisionomia musicale e una reputazione internazionale. Contemporaneamente dirige il Gürzenich di Colonia, dal 1986 al 1990; sul finire degli anni Novanta è primo direttore ospite del Deutsches Symphonie-Orchester Berlin. Seguono Monte Carlo, dal 2000 al 2005, e l’Orchestre de la Suisse Romande, dal 2005 al 2012. Con la Filarmonica di Dresda vive due stagioni distinte, nel 2001–2003 e nel 2019–2023.
Un’altra relazione decisiva è quella con il Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin, di cui assume la direzione nel 2002 e che guida fino al 2016. Nel bilancio di quel mandato, si racconta di un’orchestra cresciuta nella qualità del suono e nella sicurezza del proprio ruolo, in anni segnati anche da ipotesi di fusione e ridimensionamento. Janowski contribuisce a difenderne l’autonomia. Costruire un’orchestra significa, per lui, occuparsi delle condizioni che le permettono di lavorare, oltre che di ciò che si ascolta la sera in concerto.
Wagner è il grande filo rosso della sua carriera. Fra il 1980 e il 1983, con la Staatskapelle Dresden, Janowski realizza la prima registrazione digitale integrale del Ring des Nibelungen. Nel cast figurano Theo Adam, René Kollo, Peter Schreier e Jessye Norman. È un’impresa che entra nella storia del disco e che conserva il suo interesse anche dopo molte successive incisioni: una Tetralogia nella quale il tessuto orchestrale e la continuità del racconto occupano il centro dell’ascolto. Tre decenni più tardi torna a Wagner con un progetto ancora più ambizioso. Fra il 2010 e il 2013, alla Philharmonie di Berlino, dirige in forma di concerto le dieci opere della maturità, dal Der fliegende Holländer a Parsifal, compresi i quattro titoli del Ring. Pentatone le registra con il Rundfunk-Sinfonieorchester e il Rundfunkchor Berlin. La continuità di direttore, orchestra e coro dà a questa vasta ricognizione una coerenza rara.
Dagli anni Novanta Janowski si allontana dalle produzioni sceniche, insofferente verso un teatro di regia che, a suo giudizio, può sovrapporre la propria lettura alle ragioni della musica e del libretto. L’opera resta però al centro dei suoi interessi: la sala da concerto e il disco diventano luoghi nei quali esplorarne il dramma attraverso voci e orchestra. E nel 2016 e nel 2017 arriva anche il ritorno in buca a Bayreuth, per dirigere proprio la Tetralogia.
La discografia restituisce un’immagine più ampia di quella del solo specialista wagneriano. Con l’Orchestre de la Suisse Romande incide le nove Sinfonie di Bruckner; con la Pittsburgh Symphony affronta l’integrale di Brahms. Gli anni francesi lasciano, fra l’altro, le quattro Sinfonie di Albert Roussel, premiate nel 1996 con un Grand Prix dell’Académie Charles-Cros. I Lieder orchestrali di Richard Strauss con Soile Isokoski (comprendenti i Vier letzte Lieder), riceve un Gramophone Award nel 2002, mentre la prima incisione integrale di Die Harmonie der Welt di Hindemith conquista l’Echo Klassik e il premio Charles-Cros nel 2003, quindi il Cannes Classical Award nel 2004.